martedì 14 giugno 2011

IL MITO DI ADONE

Domenica 17 aprile 2011, presso una delle chiese presso cui presto servizio come organista, tenni un concerto per coro e organo in memoria di Franz Liszt a 200 anni dalla nascita comprendente la Via Crucis del compositore ungherese. Preparando,  come di consueto, il foglietto con il programma pensai di fare cosa buona e giusta, trattandosi di musica fortemente descrittiva, nello spiegare, in breve, la genesi di tale genere (che denominai “genere della Passione”) per meglio comprendere il significato di tali musiche (tanto più che la seconda parte del concerto prevedeva una Sonata tratta da Le sette ultime parole del nostro Redentore in croce di Haydn: la Passione, ancora una volta).
Orbene, un amico lesse  la mia “premessa” e il senso del suo commento fu: se io fossi il parroco non ti permetterei di scrivere queste cose. Questo fatto – non so perché – mi indusse davvero a non scrivere quelle note.
Ve le propongo ora. Non v’è nulla – a mio parere – di sconveniente che la Chiesa debba preoccuparsi di censurare. Si tratta di riflessioni su studi (che – si noti! – ho approfondito durante un corso universitario di Letteratura religiosa!) fondamentali per la comprensione di molti fenomeni storico-letterari.
MR

Spettacolarità nelle
pratiche paraliturgiche della Passione.
(Per una “genesi” di un “genere”)   

Tasso, in un piccolo poemetto del 1593 (Le lagrime della Beata Vergine), riporta la teoria, tipica del rafforzamento ideologico postridentino, del pianto come dono e, in quanto legato alla compartecipazione al dolore della Vergine ai piedi della croce, come strumento di purificazione dal peccato: “Tu, Regina del ciel, ch’a noi ti mostri / umida i lumi e l’una e l’altra gota, / fa di lagrime dono a gli occhi nostri, / ed ambe l’urne in lor trasfondi e vota, / perché, piangendo, a gli stellanti chiostri / teco inalzi il pensier l’alma devota”. Questa impellente necessità, dettata dalle esigenze di neocristianizzazione della Chiesa controriformista, del docere, ovvero di spiritualizzazione dell’arte poetica (che, attraverso l’esperienza manierista aveva subìto caratterizzazioni sensuali ed erotiche), provocò una riformulazione di tutto quell’apparato figurale che stava alla base della teoria letteraria: il Parnaso verrà sostituito dal Calvario, l’alloro con la corona di spine, Apollo lascerà il posto a Cristo, il nuovo Ippocrene sarà il sangue che emana il costato di Cristo, la nuova musa l’Addolorata (cfr A. Grillo, Pietosi affetti). La lirica troverà, dunque, nel tema del pianto e della contrizione i luoghi privilegiati per l’esercizio poetico.
     Una risemantizzazione, questa, non troppo dissimile, nelle intenzioni soprattutto, da quella avvenuta per le antiche processioni rituali in morte di Tammuz, dio fenicio sotto il quale veniva rappresentata la decadenza e rinascita ciclica della vita vegetale. Tali rituali pagani colpiscono per le notevoli somiglianze con alcune forme di devozione popolare quaresimale. Tammuz moriva ogni anno (autunno-inverno) e ogni anno tornava a rivivere (primavera-estate) grazie alla sua amata, Ishtar, che scendeva nelle tenebre a cercarlo per riportarlo in vita. Il culto di Tammuz ebbe, poi, la trasposizione greca di Adone, “il dio amato dalle donne” (Dn 11,37): il bellissimo giovane amato da Afrodite, dea dell’amore, e da Persefone, regina del mondo sotterraneo, che Zeus obbligò a vivere per metà dell’anno con Afrodite nel mondo superiore e per l’altra metà con Persefone nel mondo delle tenebre.
     Il rituale di Adone, ucciso azzannato da un cinghiale, prevedeva che ogni anno accorresse gran folla a piangere sul simulacro del dio morto col fianco squarciato, si seppellisse e il giorno seguente si celebrasse la sua risurrezione. Fu facile, dunque, per la Chiesa innestare su tali rituali pagani tutto quel bagaglio di paraliturgie della Settimana Santa - tra le quali l’entierro è la trasposizione più fedele - visibili ancor oggi soprattutto nel meridione d’Italia, un tempo Magna Grecia. Non si pensi di rasentare la blasfemia affermando che Adone venne sostituito da Cristo, o che Afrodite addolorata con l’amante morente tra le braccia funse da modello per la pietà. Del resto, non di poco riguardo, vista la levatura di chi la offre, è la testimonianza di colui che per primo collegò i due personaggi: san Girolamo. Egli ricorda come il bosco presente a Betlemme (dove, secondo tradizione, pianse Gesù da bambino) apparteneva, prima ancora, proprio al dio pagano che lì versò lacrime per l’amata Venere. E come non collegare Betlemme, la “città del pane”, al il dio della vegetazione e del grano e a Colui che dirà «io sono il pane della vita»? Le esigenze di evangelizzazione della Chiesa ben videro in quel serbatoio di “liturgie” pagane saldamente codificate un exemplum con cui poter spiritualizzare le coscienze dei fedeli attraverso, sì, un pianto rituale, fulcro, però, del mistero salvifico di Cristo.
     Anche il pio esercizio della Via Crucis (proveniente dalla Germania, ma attestato nella sua forma attuale, non a caso, nella Spagna controriformista) rientra in questo quadro di neocatechesi postridentina, di purificazione dal peccato e di penitenza attraverso un sistematico ripercorrere scenico della strada verso il Calvario di Cristo.
     Pure la musica – quantunque non in maniera così sistematica – fece quello che spettò alla letteratura nel Cinquecento: invitare alla contrizione e, soprattutto, alla compartecipazione al dolore di Cristo e della Vergine. Se è vero che storicamente, almeno per ora, non esista un cosiddetto “genere della Passione”, è altrettanto vero che a tale ipotetico genere potrebbero ascriversi opere quali la Via Crucis di Franz Liszt o Die sieben letzten Worte unseres Erlösers am Kreuz di Franz Joseph Haydn.
     In uno scritto “Sulla musica di Chiesa dell’avvenire”, Liszt affermava: la musica sacra «dovrebbe unire il teatro e la chiesa, essere al tempo stesso drammatica e santa». In realtà questi due mondi non raggiunsero mai, nel compositore ungherese, una vera sintesi, come, del resto, non fu mai risolta, in lui, la dicotomia tra il cosmopolita romantico e un po’ maledetto dalla vita sradicata che intrecciava tresche amorose con donne sposate e il convertito al cattolicesimo che, abbracciata la Chiesa cattolica, ricevette gli ordini minori. Difficile trovare, infatti, un altro musicista che abbia riassunto in modo così variegato e completo la fenomenologia della vita d’artista in un secolo, l’Ottocento, che ha riplasmato l’immagine stessa dell’arte e ha riconosciuto in Liszt un modello da imitare e da esaltare nella sua irripetibile unicità.
     Esempio ne è proprio la Via Crucis che, pur presentando elementi di teatralità, è accompagnata da una musica, fortemente descrittiva e drammatica che si prefigge di porre l’ascoltatore direttamente sulla strada della Passione attraverso asprezze accordali, passaggi cromatici e intervalli di grande tensione emotiva. Momenti di grande drammaticità (II, XI, XII) o di angoscia e tormento (IV, VIII) si uniscono a brevi parentesi di dolcezza e serenità come nello “Stabat Mater” (III, VII, IX); momenti di citazione, quasi pedissequa (l’inno gregoriano Vexilla regis e lo Stabat Mater mensuralizzati e due corali bachiani), si uniscono a pagine di grande originalità armonica.
     Riguardo a Le sette ultime parole del nostro Redentore in croce, opera del 1786 commissionata dal Capitolo della cattedrale di Cadice – la Spagna, ancora una volta – come lavoro orchestrale da eseguirsi nel contesto della Settimana Santa (era d’uso, infatti, il Venerdì Santo, la lettura delle ultime parole di Cristo in croce, accompagnata da un breve commento del Vescovo, e ciascun passo doveva, poi, essere seguito da un brano strumentale), è lo stesso Haydn a confessare che la musica doveva esser «tale da commuovere anche l’ascoltatore più inesperto nelle profondità della sua anima».
     Ne uscì un’opera, composta da sette sonate con un’introduzione e un “terremoto” finale, la cui musica, sempre vertiginosamente in bilico tra il dolore umano e la beatitudine divina, suscitando forte impressione, incontrò un tale successo da spingere Haydn stesso a stenderne, successivamente, una riduzione per tastiera.
M.R.


P.S. E mi chiedo: ma una spiritualizzazione delle coscienze non sarebbe auspicabile anche al giorno d’oggi?



3 commenti:

  1. Temo di avere qualche responsabilità nella decisione di non scrivere questo commento nel "foglietto" del programma... Per fortuna il blog permette di non perdere un testo che merita di sopravvivere.
    "Se io fossi il parroco non ti permetterei di scrivere queste cose": in che senso? Nel senso dell'esercizio di quella virtù cardinale che si chiama prudenza. E' ovvio che ogni testo ha un suo target di pubblico (persino nell'epoca dell'egualitarismo a tutti i costi) poichè la comprensione varia al variare di cultura, sensibilità, competenza specifica. E quindi se fossi il parroco mi parrebbe "imprudente" sottoporre a tutti i fedeli indifferentemente (e quindi anche ai meno "attrezzati") un commento che rischia di essere inteso come l'ennesima rielaborazione della solita teoria del "riciclaggio" da parte cristiana di culti, divinità, feste, celebrazioni pagane.
    Ma forse la prudenza è un lusso che la senilità consente. Per fortuna ci sono giovani più imprudenti (o meno pigri?) che vanno avanti, ed ogni tanto emerge qualcosa che merita di essere conservato. Come questo "foglietto" mai pubblicato.

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  3. La tua responsabilità, caro Alberto, nel far rimanere inedito su quel
    foglietto ciò che, invece, qui è pubblicato non fu così pesante: hai, in
    fondo, confermato ciò che già io sospettavo. Va bé, pace. Del resto,
    condivido anche io sull'utilità del blog come "riciclo" di materiale...
    Sulla prudenza concordo pienamente. Quello che, magari, ci si potrebbe
    chiedere è: ma non è, forse, il caso che noi fedeli (che crediamo di sapere
    tutta la dottrina, anche se, tu m'insegni, sarebbe meglio parlare di due
    dottrine differenti: pre e post...) usciamo da questa dimensione
    religioso-culturale un pochino infantile? Non sarebbe il caso che i "meno
    attrezzati" rimangano i pagani? Non sarebbe il caso di non farsi sempre
    "fregare" dialetticamente e argomentativamente dai testimoni di geova
    (minuscolo volontario) e simili? Certo, mi rendo conto che occorra
    gradualità e che, probabilmente, quel testo metteva troppa carne al fuoco,
    ma, prima o poi, che si cominci in qualche modo.
    Saluti.
    MR

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