Appunti per un corretto approccio alla questione del “pro multis”.
Una delle cose che mi ha sempre colpito durante i corsi di Filologia romanza è che il verbo tradere (tradurre) ha una doppia valenza: trasmettere e tradire. Niente di più vero: spesso una traduzione – dal latino all’italiano, nella fattispecie – finisce per tradire. E’ questo quello che è accaduto nella traduzione delle parole della consacrazione del calice dalla Messa cosiddetta di San Pio V o “tridentina” a quella di Paolo VI in lingua volgare.
Da un punto di vista filologico tutte le versioni antiche delle parole della consacrazione sono compatte nel testimoniare una lezione differente da quella impiegata nella traduzione operata dal Vaticano II: non vi sono, dunque, prove scientifiche che suffraghino tale traduzione.
In ebraico la formula è: shetu (bevete) kullikém (tutti voi) mimmenah (da esso) … hashafuk (che viene sparso) be ad (per) rabbìm (molti). Si noti che “tutti” in ebraico si dice kol o kol basàr, ma qui è espressamente riportato rabbìm, “molti”.
In greco, versione dalla quale quella latina deriva, περί πολλών (perì pollon) significa letteralmente “per molti”.
Correttamente, la formula consacratoria del messale di Pio V è:
HIC EST ENIM CALIX SANGUINIS MEI,
NOVI ET ÆTERNI TESTAMENTI: MYSTERIUM FIDEI:
QUI PRO VOBIS ET PRO MULTIS EFFUNDETUR
IN REMISSIONEM PECCATORUM.
NOVI ET ÆTERNI TESTAMENTI: MYSTERIUM FIDEI:
QUI PRO VOBIS ET PRO MULTIS EFFUNDETUR
IN REMISSIONEM PECCATORUM.
(Questo è il calice del mio sangue, il sangue della nuova ed eterna Alleanza, il mistero della fede,
che sarà versato per voi e per molti in remissione dei peccati)
Quella del messale di Paolo VI – non occorre riportarla integralmente – recita: “…versato per voi e per tutti…”.
Premettiamo che, secondo alcuni eminenti teologi, tale eresia risalente ad Origene secondo cui tutti gli uomini si salvano, renderebbe invalida la messa in quanto porrebbe sulle labbra di Cristo un’eresia che, dunque, impedirebbe la conversione delle offerte sacrificali.
Detto questo, occorre tenere distinta un’obiezione: da un lato vi è, certamente, la volontà divina di salvare tutti (cfr 2 Cor 5, 15: “Cristo è morto per tutti”), dall’altro il problema della reale acquisizione della grazia da parte dell’uomo, se, cioè, tutti si salvano (cfr Giovanni Crisostomo, Commento alla Lettera agli Ebrei: “Cristo è certamente morto per tutti, per salvare tutti per quanto sta in Lui, poiché la sua morte compensa la corruzione di tutti gli uomini. Ma non ha portato via i peccati di tutti perché gli uomini stessi non vollero”).
A questo punto occorre chiedersi: cosa si intende realmente nella formula consacratoria del calice? Per far ciò propongo, innanzitutto, una comparazione tra i Vangeli:
Mt 26
28“questo è il sangue dell’alleanza che è versato per molti”
Mc 14
24“questo è il sangue dell’alleanza che è versato per molti”
Lc 22
20“questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che è versato per voi”
In effetti, la versione di Lc (“per voi”, gli apostoli) coinciderebbe con le parole della consacrazione del pane (“Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”). Il senso sarebbe, dunque, che Cristo qui e ora (nel cenacolo) offre sacrificalmente il suo corpo e il suo sangue per la remissione dei peccati. Il sangue che gli apostoli bevvero è lo stesso che sarà sparso il giorno seguente sulla croce e il corpo che essi mangiarono è lo stesso che sarà trasfigurato sul Golgota: il sacrificio della croce, avvenuto una volta per tutte, è sempre presente agli occhi di Dio, in quanto in Lui “non vi è cambiamento di ombra né di variazione” (Gc 1, 17). Tant’è che Cristo sarà destinato alla croce “prima della creazione del mondo”.
Sembra chiaro, allora, che il “per voi” e “per molti” siano collegati alla grazia che si riceve direttamente dall’assunzione del corpo e del sangue e solo indirettamente alla redenzione sulla croce.
La traduzione con “per tutti”, invece, si è resa necessaria in quanto si è, forse, voluto ribaltare tale significato: intendere, cioè, la “remissione dei peccati” non con la grazia che si riceve nella comunione, ma alla redenzione avvenuta sulla croce. Questo è testimoniato dal fatto che ekchynnómenon – che viene tradotto con effundetur (sarà versato) e non con effunditur (è versato) – in realtà non significa “effondere”, ma “versare”. E Gregorio Magno dirà: "Qui il suo corpo viene mangiato, la sua carne viene divisa (partitur) per la salvezza del popolo; il suo sangue è versato non più sulla mani degli infedeli, ma nella bocca dei fedeli".
E’ chiaro, a questo punto, che la consacrazione del pane e del vino si riferiscano, in primis, al ricevere le specie transustanziate e non direttamente alla redenzione sulla croce. Da un punto di vista linguistico e teologico la traduzione di “pro multis” in “per tutti” è da rigettare. Infatti, “nelle parole pronunziate da Gesù sul calice non vi è alcuna dichiarazione riguardante la volontà di salvezza di Dio. Con "versato per molti" si intende l'azione della grazia del sangue di Cristo per coloro che lo ricevono” (K. Gamber).
Detto tutto ciò, quanti assidui fedeli – se non direttamente i sacerdoti – sono a conoscenza della decisione della S. Sede del 17 ottobre 2006 del mutamento dell’espressione “per tutti” in “per molti” all’interno della messa conciliare? Tutto tace. Eppure…
Ne riporto alcuni stralci:
Il rito romano in latino, nella consacrazione del Calice ha sempre detto pro multis e mai pro omnibus. […]
L'espressione "per molti", pur restando aperta all'inclusione di ogni persona umana, riflette anche il fatto che la salvezza non è data meccanicamente: senza che la si voglia, o vi si partecipi. […]
Alle Conferenze Episcopali di quei paesi in cui la formula "per tutti" o il suo equivalente è attualmente in uso, si chiede di iniziare presso i fedeli, nei prossimi uno o due anni, la catechesi necessaria su questo argomento, al fine di prepararli all’introduzione di una precisa traduzione in lingua volgare della formula pro multis ( e cioè “per molti”) nella prossima traduzione del Messale Romano che i Vescovi e la Santa Sede approveranno per i loro paesi.
L’Ungheria è dal 2009 che ha corretto la formula; Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Bolivia corregono il “pro todos” in “pro muchos” l’anno successivo; in USA e Inghilterra è entrato in uso, ad aprile, il nuovo messale riportante “for many”; la Spagna l’ha approvato a fine aprile.
In Italia, la nuova edizione del messale, è ancora all’esame dei vescovi: stiamo certi che non cambierà assolutamente nulla.
MR
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