Un’allegoria eucaristica
(forse da riscoprire).
Voglio qui trattare – sia pur brevemente – di un’allegoria di stampo eucaristico portata a grande fortuna soprattutto da san Tommaso d’Aquino. Si tratta del primo verso della sesta strofa del celebre inno Adoro te, devote: “pie pellicane, Jesu Domine” (Oh pio pellicano, Signore Gesù). La simbologia del pellicano, qui assurto a figura del Cristo, ha origini risalenti ai primi secoli del cristianesimo e leggermente diversa da quella proposta da Tommaso.
Una prima attestazione del pellicano come simbolo cristico si trova, infatti, nel Physiologus, un bestiario scritto ad Alessandria d’Egitto tra il II e il III sec. per aiutare i cristiani di quella regione a interpretare la natura (animali, piante, pietre) secondo la nuova dottrina cristiana che andava affermandosi nell’Impero. Questo testo venne poi ripreso durante il Medioevo, integrato e ampliato per il suo alto valore di simbologia cristiana.
Al VI capitolo leggiamo del pellicano:
De pellicano dicit David in psalmo CI: “Similis factus sum pellicano in solitudine.” Physiologus dicit de eo quod nimis amans sit filios suos. Cum autem genuerit natos et coeperint crescere, percutientes lacerant parentes suos in faciem. Illi autem repercutiendo occidunt filios suos. Tertia autem die mater eorum percutiens costam suam aperit latus suum et infundit sanguinem super corpora mortuorum, sicque cruore ipsius sanantur resuscitati pulli.
Leggiamo, dunque, che quando il pellicano ha generato i piccoli, questi, non appena sono un po' cresciuti, colpiscono il volto dei genitori, i quali, allora, picchiandoli li uccidono. Poi, però, il terzo la madre percuote il suo costato e col suo sangue effuso sui corpi dei figli li resuscita. In sostanza vi è, qui, una brevissima sintesi dell’intera storia della Salvezza: l’uomo, col peccato, si allontana dal Creatore il quale ha compassione di lui e, tramite il sacrificio della croce lo redime e gli ridona la vita.
Innanzitutto si noti come, forse, abbia influito la lingua greca grazie all’assonanza con il sostantivo pelekus che significa – guarda caso – “ascia”. Per giungere all’allegoria dell’Aquinate, però, occorre aggiungere, a questa antichissima tradizione, un altro elemento.
Il fatto che il pellicano, per cibare i suoi piccoli, incurvi il becco verso il petto per far scivolare i pesci che ha trasportato nella sacca, ha fatto sviluppare il mito secondo il quale egli si laceri il petto non più per risuscitare i piccoli ribelli, ma solamente per sfamarli. Ecco, allora, compiuta la simbologia del pellicano emblema di carità: è Cristo che col sangue del suo costato effuso sulla croce dona la vita agli uomini.
Ed è sempre in questo senso che anche Dante, nella Comedia, fa dire a Beatrice dell’apostolo Giovanni:
“Questi è colui che giacque sopra ‘l petto
del nostro Pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto”
(Paradiso, XXV, 112-114).
MR
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