domenica 29 maggio 2011

Un piccolo scivolone (musicale) della FSSPX.


Parto da un fatto contingente: stamani (domenica 29 maggio 2011) ho partecipato alla Prima Comunione di Giuseppe, il figlio di un caro amico. La celebrazione si è svolta presso il Priorato “San Carlo Borromeo” di Montalenghe della Fraternità Sacerdotale “San Pio X” (i pericolosissimi lefebvriani, per intenderci…).
Bene, fin qui nulla di strano. Al termine della celebrazione del S. Sacrificio, però, qualcosa non mi tornava, qualche aspetto riguardante la parte “musicale” della S. Messa mi aveva lasciato perplesso.
Cercherò di spiegarmi (mi scuso se sarò poco chiaro, ma sono argomenti un po’ complessi…).
Cominciamo col chiarire una cosa: il canto gregoriano è lectio divina, un totale e pieno svisceramento della Parola mirato a far risuonare la stessa in momenti diversi, secondo stili diversi. E’ il modo che ha la Liturgia di esaltare e far gustare ogni sapore che deriva da quel testo al fine di interiorizzarlo pienamente. E’ solo nel contesto in qui nasce ogni brano che l’esegesi si realizza e si compie pienamente. Il senso, dunque, e la comprensione di ogni brano si ha solo se il brano stesso è “ruminato” (come solevano dire i monaci medievali) in un preciso quadro formale liturgico.
Premesso questo, stamattina, al sentire cantare di tutto durante l’offertorio e la comunione, tranne le antifone proprie del giorno (eppure il coro c’era), mi sono un pochino rattristato: ma anche qui, in questo pezzo di Cielo che è questa cappellina dove quotidianamente si celebra la S. Messa Tradizionale, è approdata l’odierna prassi musicale postconciliare del “si fa quel che si sa”? Anche qui è approdata la convinzione secondo la quale l’integrità liturgica può essere superata a causa di diverse altre esigenze?
Il canto gregoriano è esegesi, è interpretazione delle Scritture, è Parola di Dio cantata in uno specifico contesto. Tali rigide logiche formali ci garantiscono una realizzazione piena di quella Parola.
Il problema – ed è questo il punto – non è trovare canti “adatti” ma quello di rispettare i tempi, i modi, e forme di “cottura” di quel testo che la Chiesa ci propone: questa sola è la via per comprendere in che modo il canto gregoriano è preghiera e, soprattutto, perché la Chiesa lo ritenga “suo”.
Quello che mi ha preoccupato è solamente questo: un piccolo pezzetto di “integrità” della FSSPX, oggi, se n’è andato. Non passi, questo, come una piccola fisima di un talebano gregorianista: parliamo di liturgia e di interpretazione ed esegesi del testo sacro.
Spero che lo scivolone odierno sia l’unico. Sarei anche disposto a sacrificarmi se fossi certo che sia davvero l’unico, tanto noi musicisti abbiamo già svenduto abbastanza, ci siamo abituati…
MR

domenica 22 maggio 2011

Wojtyla beato? Lefebvre santo!

       

Le ombre sul pontificato del papa polacco non si contanto (e l'immagine qui sopra ne rappresenta, forse, l'apogeo), per cui non ci ritorniamo sopra ulteriormente...
Ricordiamo solamente come SANTI uomini di Chiesa quali Pio XII e mons. Lefebvre, fedeli alla Chiesa Cattolica in toto, continuano ad attendere...
MR

giovedì 19 maggio 2011

Nichilismo antinatalista e
"reperti anatomici in attesa di seppellimento"

L'altro giorno il sociologo prof. Giuseppe De Rita ha candidamente annunciato la scomparsa dei giovani... Buona lettura.

da Il Foglio, Mercoledì 18 maggio 2011, p. 4

Ad Ancona è un giorno come tanti. Come ogni mattino mi dirigo verso la Facoltà di Medicina per seguire le lezioni, ma, entrato in classe, mi informano che il corso di Anatomia Patologica si terrà in sala autopsie. Argomento della lezione: le malattie cardiache all’analisi macroscopica. Mentre il professore spiega gli infarti, il mio occhio cade su quattro barattoli di plastica che riportano un’etichetta: “Feti con richiesta di seppelimento”.
A fine ora io ed una mia amica chiediamo di vederne uno. La reazione del resto della classe è tutt’altro che entusiasta, ma noi insistiamo affinché quel contenitore venga aperto. Il professore non si fa troppi problemi, prende il barattolo ed estrae un “reperto anatomico” di circa dieci centimetri. Molte mie compagne cambiano espressione del volto e, per la prima volta, noto che anche i maschi lasciano le loro risate sospese sull’esile filo della rima labiale. Il nostro credo religioso, che ci sia o meno, passa ora in secondo piano: ammutoliti, ci troviamo di fronte al tragico dramma delle nostre radici.
Le voci che prima facevano a gara per indovinare la stenosi di una valvola aortica, la necrosi del ventricolo e le placche aterosclerotiche calcificate, si riducono a flebili domande: “Ma quello è l’intestino? Ma si tratta proprio delle dita? Quelli sono i polmoni?”. Il professore spiega disinvolto: con le mani forza la cassa toracica (che è stata già aperta in corso di autopsia), frulla l’interno con le dita e tira fuori i polmoni; ci mostra l’abbozzo del cuore, il minuto groviglio di intestino che, come un gomitolo fra le zampe di un gatto, pende ora, parzialmente svolto, fuori dall’addome. Qualcuno chiede di che sesso sia, ma non è possibile capirlo analizzando la zona inguinale: è ancora troppo presto. Con la stessa disinvoltura il professore capovolge il piccolo feto ed affonda ancora una volta le dita, alla ricerca delle ovaie.
Esaurite le domande che concernono il tronco, l’attenzione cade sulla testa. Gli ossi mascellari si sono uniti, la mandibola è abbozzata, gli occhi sono ben disegnati. Non possiamo vedere l’encefalo, asportato perché causa dell’aborto. Prima di riporre il reperto nel suo contenitore, il professore usa una pinzetta per schiudere quella minuscola bocca e stringere un lembo di tessuto apparentemente invisibile: si tratta della lingua.

Nella stanza non vola una mosca. Quell’ultimo dettaglio, così insignificante, così concreto, rappresenta l’indizio che rivela il paradosso: ma ci troviamo di fronte ad un “reperto anatomico” o ad un cadavere?
Lasciamo in silenzio la stanza: l’ora è finita.

Filippo Chelli, Ancona

domenica 15 maggio 2011

Sacrificio, ops..., l'Eucarestia o Cena del Signore.



Di norma, quando un cattolico afferma che nel Novus Ordo Missae (la messa del Vaticano II, per capirci) sia confluita massicciamente la teologia protestante (ed è provato da molti), viene tacciato – nella migliore delle ipotesi – di estremismo.
A nulla valgono le testimonianze di personaggi - le cui conoscenze teologiche sorpassano di gran lunga le mie... - quali i card. Ottaviani e Bacci o di chicchessia…
Non resta che affidarsi – quantunque resti “un classico”, nel nostro ambiente – a giudizi incontrovertibilmente sinceri: quelli di parte protestante.
Ve ne propongo una brevissima antologia.
MR

M. Lutero
La Messa non è un sacrificio... chiamatela benedizione, Eucaristia, tavola del Signore, cena del Signore, memoria del Signore, o come più vi piace, purché non la sporchiate col nome di sacrificio o azione”

Roger Mehl (teologo e filosofo protestante, in Le Monde del 10 settembre 1970)
 “Non vi è più alcuna giustificazione per le Chiese riformate, di proibire ai loro membri di assistere all’eucaristia in una chiesa cattolica.”

Vescovo anglicano
 “Questo nuovo rito è perfettamente conforme alle nostre idee protestanti”

Fratel Roger Schutz (di Taizé)
“Possiamo adottare il nuovo rito perché la nozione di sacrificio è per nulla chiaramente affermata.”

Max Thurian (della comunità di Taizé, uno dei sei pastori che parteciparono alla redazione del nuovo rito - La Croix, 30.5.1969)
“Uno dei frutti del nuovo Ordo sarà forse che le comunità non cattoliche potranno celebrare la santa cena con le stesse preghiere della Chiesa cattolica. Teologicamente è possibile”

S. A. Teinone (teologo luterano - La Croix, 5.5.1972)
“La maggior parte delle riforme desiderate da Lutero esistono d’ora innanzi nell’interno stesso della Chiesa cattolica

Concistoro Superiore della Chiesa della Confessione di Augsbourg d’Alsazia e Lorena, 8 dicembre 1973:
“Noi stimiamo che nelle circostanze presenti, la fedeltà al Vangelo e alla nostra tradizione non ci permette più di opporci alla partecipazione dei fedeli della nostra Chiesa a una celebrazione eucaristica nella Chiesa cattolica, la ragione è nelle convergenze teologiche presenti nel nuovo rito, e molti ostacoli che avrebbero potuto impedire a un protestante di partecipare alla sua celebrazione eucaristica, sembrano in via di estinzione. Dovrebbe essere possibile oggi a un protestante, di riconoscere nella celebrazione eucaristica, la Cena istituita dal Signore”
                                                                       

lunedì 9 maggio 2011

Wojtyla show:
mons. Marini (Piero) svela che era il novello beato Giovanni Paolo II a volere quelle "novità" liturgiche...



di Paolo Rodari

Nella curia romana di Karol Wojtyla monsignor Piero Marini non è stato semplicemente il maestro delle cerimonie pontificie. E’ stato il continuatore di una scuola che negli anni del post Concilio ha riformato al liturgia spingendola oltre i canoni e le regole dell’antica tradizione. In sostanza quanto iniziò il padre lazzarista Annibale Bugnini sotto Paolo VI, Marini continuò nell’era del Papa polacco.
Cercò a suo modo senza riuscire a non trascinarsi dietro una scia di feroci critiche mosse principalmente dall’area conservatrice della curia che vedeva nelle innovazioni “imposte” al Papa un tradimento della Tradizione.
Qui sta il punto. Piero Marini ha imposto la spettacolarizzazione della liturgia pontificia al suo protagonista principe, il Papa, oppure si è adeguato a un desiderio espresso dallo stesso capo della chiesa universale? A tre anni e mezzo dalle dimissioni da maestro delle cerimonie pontificie – al suo posto Benedetto XVI ha voluto un altro Marini, Guido, della nobile e rigorosa scuola siriana – è lo stesso monsignor Piero a prendere carta e penna e a scrivere in “Io sono un Papa amabile. Giovanni Paolo II”, un volume appena pubblicato per San Paolo e scritto assieme a Bruno Cescon, la sua versione dei fatti.
Marini dedica ampie pagine alla controversia che l’ha investito negli anni addietro fino a dire che le spinte in avanti delle liturgie papali erano volute da Wojtyla il quale, anzi, “avrebbe voluto qualcosa di più” nella strada che portava le sue celebrazioni a inglobare elementi appartenenti alle diverse culture del mondo ma estranei ai rigidi canoni romani. Questo, dice Marini, è stato Wojtyla: un Papa che ha spezzato la rigidità della liturgia romana introducendo nel suo recinto sacro nuove culture.
Ogni viaggio una nuova liturgia. Ogni viaggio i mugugni del seguito papale. E’ il 1991. A San Luis de Maranhao, in Brasile, il vescovo del luogo propone di introdurre nella messa papale una danza. Al momento del Vangelo escono due ballerine in abiti fini, forse di seta. Danzano. Il vento scompiglia i vestiti e scopre molte delle rispettive nudità.
In sagrestia i cardinali commentano: “Possibile che debbano accadere questi fatti?”. Dice Marini che così commentò il presidente dei vescovi brasiliani, Luciano Mendez de Almeida: “Ma io ho visto gli angeli della risurrezione”. E che più volte il Papa si girò dicendo: “Bello, bello”. Come a dire: il Papa sapeva delle novità e approvava. In molti mugugnavano. Tra questi, forse, anche Joseph Ratzinger che oggi, divenuto Papa ad altre liturgie sta abituando la sua chiesa.

da Il Foglio, 7 maggio 2011

Tanto vale dirla tutta: non fatico a credere a Piero Marini. Che dire, infatti, delle novità apportate dal neobeato in materia di "libertà religiosa" (vedi l'eresia di Assisi, incommentabile) che negarono il primato della Chiesa cattolica; che dire della nuova Ecclesiologia fondata sul "collegio episcopale" (e vediamo, infatti, come oggi i vescovi obbediscano a Benedetto XVI...) e sul rinnegamento del primato petrino; che dire del suo Diritto canonico nel quale si proccupò di far sparire le note dogmatiche di "Chiesa una, santa, cattolica e apostolica"; che dire della nuova "teologia mariana" che negò la Maternità Universale di Maria, solo per citare le prime cosette che mi sono venute in mente...
Ora, un papa che concelebrò solennemente l'eretica - ma non per lui, evidentemente - "cena" luterana (20 novembre 1994) e che dichiarò come sua "l'eredità spirituale di Martin Lutero" (17 novembre 1980), c'era certo da aspettarsi quanto si è visto nei lunghi anni di pontificato wojtyliano. E - piaccia o no - la definizione di Ratzinger, durante la sua prima messa come Pontefice, degli anni correnti come pervasi da una "dittatura del relativismo" ha, hai miei occhi, un chiaro riferimento.
MR

venerdì 6 maggio 2011

Pubblicità televisiva

Il canto gregoriano in tv
(e non è uno scherzo...!)


Il gruppo vocale "Cantori gregoriani" (nella foto) è un coro, costituito interamente da specialisti, che fonda la propria proposta esecutiva sull’indagine semiologica, ossia sullo studio delle antiche fonti manoscritte risalenti ai secoli X-XI. La proposta interpretativa del gruppo intende porre in evidenza, attraverso gli strumenti propri della semiologia, la forza espressiva del canto gregoriano, ossia la corretta ripresentazione musicale dell’antica tradizione esegetica dei sacri testi (cfr http://www.cantorigregoriani.com/).
Ebbene, la notizia - incredibile dictu! - è che ogni sabato alle ore 17.30 su TV2000 (canale 28 del digitale terrestre), nel corso della trasmissione La domenica con Benedetto XVI, i Cantori gregoriani, diretti dal m° Fulvio Rampi, eseguono l'Introito e il Communio della domenica seguente.
A tutti il caloroso invito ad approfittare di tale raro - anzi, unico - appuntamento televisivo con il canto della Chiesa (in una, c'è da dirlo, fedele esecuzione).
Buon ascolto.

mercoledì 4 maggio 2011

Pubblicità libraria

G. Brusa - G. Parissone - M. Rossi

Da San Gallo a Vercelli
una sequenza per sant'Emiliano


(Villaviva Società Culturale, 2010)


Prefazione
di S. Ecc. mons. Luciano Pacomio

Sono molto lieto e onorato di brevemente introdurre alla raffinata e gustosa lettura di questo prezioso libretto sulla “sequenza” (preghiera innica liturgica musicata) dedicata al nostro patrono sant’Emiliano I.
È come un bel mosaico: tre valenti ricercatori e docenti ci offrono il frutto della loro ricerca.
Mattia Rossi ci inquadra la storia dei rapporti tra il vescovo Liutwardo, e la sede di Vercelli, e il monastero svizzero di San Gallo nella persona del monaco Notker, poi beato e compatrono della città, autore di un importante Liber Hymnorum (libro di inni). Il tutto introdotto dalla figura del vescovo nell’alto medioevo e dall’importanza di Vercelli con la determinante nomina di Eusebio “difensore della fede”.
Gionata Brusa, ragguagliandoci sull’episcopato di sant’Emiliano, attraverso la recensione delle due feste in onore del santo, ci presenta l’Ufficio divino (liturgia) dell’11 settembre, come è descritto dal Libro Ordinario. Richiama, infine, l’azione del vescovo Cesare Bononio con l’utilizzo del Breviario romano di san Pio V (edizione a stampa del 1581).
Giovanni Parissone, nostro conterraneo, infine, ci offre testo e musica, con sue annotazioni della bella sequenza di sant’Emiliano nella successione delle strofe, raggruppate due a due; e come appendice ci propone anche l’antifona al Magnificat.
Direi quasi che ci è offerta una leccornia di cui siamo grati e ne beneficiamo complimentandoci con gli autori, ringraziandoli cordialmente

Luciano Pacomio,
Vescovo di Mondovì


martedì 3 maggio 2011

"IL RIEMPITIVO" (da Il Foglio, venerdì 22 aprile 2011)

di Pietrangelo Buttafuoco

Occidente annoiato. "Non è forse vero che l'occidente, i paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo?". Se lo è chiesto Benedetto XVI celebrando in San Pietro la messa del crisma. Questa volta non sono stati i saraceni a rimproverare l'occidente, dunque, astenersi dalle denunce, ma non è forse vero che la stessa chiesa, dimenticando sé stessa, giusto oggi che è il Venerdì della Passione, edulcora, edulcora ed edulcora la Messa generata dal Golgota fino a farne "cena simbolica", con tanto di schitarrata?

Ho voluto così aprire il presente bloggino: mi pare che condensi bene, in poche righe, ciò che si tratterà in queste pagine. La Fede, le Chiese (quella cattolica e quella post-conciliare), le Messe (quella cattolica, "generata dal Golgota" e quella post-conciliare, la "cena") e, non da ultimo, la Musica Sacra, anzi liturgica. Quella autentica che, da organista cattolico e studioso di canto gregoriano, ho il compito - non facile! - di eseguire e portare a conoscenza.
Memori del monito paolino "Vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto".
MR